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mercoledì 8 giugno 2016

Il creativo è ancora un sovversivo?


Anni fa uscì un libro che divorai in poche ore, un libro di cui mi accorsi per sbaglio, leggendo una recensione ed alcuni passaggi che mi colpirono
.
Creativo sovversivo Oliviero Toscani

Di questo libro, mi prese la modernità del linguaggio, l'immediatezza, la grinta con cui venivano esposte le argomentazioni; Oliviero Toscani il grande talento della comunicazione, "il genio della comunicazione" mi spiegò varie cose, mi aprì gli occhi, Con quel testo, cambiò radicalmente il mio approccio alla professione.
Mentre leggevo avidamente il suo testo "Creativo sovversivo" Toscani faceva breccia con il suo racconto nella mia mente di professionista, che nonostante avesse fatto della comunicazione una ragione di vita, stentava a far passare il messaggio con personaggi, spesso concentrati ad elogiare il loro lavoro e poco propensi ad ascoltare chi dava loro dei consigli, convinti che la comunicazione fosse un gioco da ragazzi, una cosa su cui tutti possano "mettere le mani", su cui chiunque può esprimere un giudizio, un po' quello che succede nell'arte.
Sono sempre stato un "casinaro, un po' sovversivo"; a scuola ero il primo a contestare alcuni professori, piuttosto che ascoltare le loro noiose lezioni preferivo intrattenermi con i bidelli e farmi raccontare le loro storie di vita, oppure prepararmi nelle materie che amavo maggiormente.
Leggendo e studiando poi, mi sono accorto che una  cosa mi accomunava con questo grande personaggio, il tempo passato nei cinema a vedere l'evoluzione della società e a viaggiare, si perché il film è come un buon libro, ti deve prendere e portare via, far viaggiare.
La mia formazione quella che mi porto dietro, quella a cui attingo quotidianamente, l'ho fatta sui libri, nella mia solitudine, divoravo libri, come oggi d'altronde, in quantità industriale. Poi spostai la mia attività verso l'arte, onestamente fu un caso, ed iniziai a frequentare gli artisti, quelli veri, quelli che quando mi guardavano negli occhi mi emozionavano, che avevano mille aneddoti da raccontare, che vivono nel loro personale ed affascinante disordine, che antepongono la filosofia a qualsiasi altra cosa. Con loro ho capito che quello che scriveva Toscani era vero, che non esistono i creativi come vogliono farci credere.
Mi sono confrontato in maniera serratissima con studiosi di storia dell'arte che mi hanno trasferito non solo le nozioni basilari, dove e come studiarla, di come organizzare un evento, ma come comunicare e bene, prendendo spunto dai veri grandi e unici creativi, gli artisti.
Chi di questi pseudo creativi, esperti della comunicazione ha studiato la storia dell'arte?
Come si può pensare di comunicare qualcosa se non si conosce Perugino, Piero della Francesca, Signorelli, Leonardo, Michelangelo, Pollock, Warhol...?
Frequentare questo ambito mi ha insegnato che con una buona preparazione di base, unita alla conoscenza delle nuove metodologie di comunicazione, se si crede in quello che si fa e lo si supporta  con valide teorie si può riuscire, basta avere poi il coraggio di andare sino in fondo, magari con mille dubbi, quelli che accompagnano un nuovo progetto, ma andare sino in fondo.
Bisogna crederci, con quella insicurezza che è un tutt'uno, secondo me, con la nuova strada che si percorre. Non bisogna  girarsi mai, non avere rimpianti, non pensare di tornare indietro, occorre avere il coraggio di tagliare i ponti con quello che è stato.
"Chi lascia la strada vecchia..." Non ho mai amato questo detto, lo hanno scritto sicuramente i famosi esperti della comunicazione, quelli tanto amati dalla maggioranza, a vedere quello che c'è in giro.
Siamo circondati da "pseudo creativi" della strada vecchia, che ci sbattono in faccia i loro mediocri risultati e ci invitano a percorrere i terreni battuti. Certo per loro, è facile, ti mettono in mano un bel pacchetto confezionato, realizzato al computer e il gioco è fatto, purtroppo molto spesso l'imprenditore non ha l'esperienza e la preparazione per giudicare e di fronte spesso si trova macchine da guerra che ti dimostrano di avere le idee chiare.
Toscani afferma: "Se hai le idee chiare non sei abbastanza creativo".
La creatività, parolone tanto in voga, passa attraverso dei passaggi obbligati. Nella mia libreria, ormai consunto, c'è un importantissimo testo di Bruno Munari, grande artista, formatore, design che affermava che la creatività non è una cosa che viene di getto, ma è il frutto di un serio percorso di ricerca. (Da cosa nasce cosa-Laterza editore)
Quando si ha il coraggio di battere una strada nuova, si ha tutto il mondo contro, tutti fanno forti resistenze.
Aver lavorato nel mondo dell'arte, mi ha insegnato proprio questo, che è facile seguire la corrente, ma così non si andrà mai da nessuna parte, si creeranno solo cloni di cose, opere esistenti, dei deja vu.
La corrente porta nell'alveo del fiume, dove ci sono centinaia di altri che pensano e agiscono allo stesso modo, seguiti da altrettanti  "esperti" della comunicazione, che vi condurranno in un grande lago spacciandolo per mare.
Amo tutto quello che è "rottura".
Amo le finestre aperte, il profumo del mare al mattino, l'aria fresca, le albe piuttosto che i tramonti, amo la natura perché in lei scorgo una creatività vera, irripetibile.
Studio tutto quello che fanno gli altri, lo guardo con attenzione, non ho sottovaluto mai l'esperienza altrui e se mi convince, mi appassiona, sono pronto a cambiare parere, senza problemi. Ma, deve convincermi, appassionare veramente e sino ad oggi non ce ne sono tanti che sono riusciti a farmi "tremare le gambe".
Non noto passione in quello che vedo e leggo, non c'è il "Groove".
Toscani continua e questa volta in un'intervista: "appena c'è un'idea nuova, c'è subito chi mette tutto in discussione".
Le idee nuove fanno paura, oppure vengono sottovalutate perché analizzate con superficialità, si guarda all'immediato e si perde di vista la dimensione globale. Un vecchio detto dice: "quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito" e di persone che guardano il dito ce ne sono tantissime in questo mondo di creatività superficiale.
Toscani prosegue con una frase lapidaria: "il primo nemico è il conformismo".
Il pensiero conforme è il male che pervade non solo il mondo della comunicazione, ma gran parte dell'innovazione aziendale. Un creativo, dovrebbe essere in grado di vedere in maniera diversa, immaginare come dovrebbe essere il mondo, la società tra uno, dieci anni e anche oltre.
Se molti degli imprenditori che con le loro idee hanno cambiato il mondo, le nostre abitudini, avessero ragionato in maniera conformistica, oggi parleremmo ancora nei telefoni di bachelite.
Ma allora perché si insiste a voler uccidere la vera creatività?
Perché le aziende, la società sono tanto restie al cambiamento?
Facile, perché la preparazione scolastica  a partire da metà delle elementari viene combattuta, repressa. Si elimina ogni forma di pensiero creativo, per arrivare al pensiero omologato.
Pensare che noi italiani siamo conosciuti e rispettati nel mondo per la grande creatività, per la capacità d'innovare, di rompere gli schemi, eppure siamo i primi a negarci questa grande potenzialità.
Si parte dalle elementari sino ad arrivare alla preparazione, specialmente universitaria, dove si insegna a combattere il cambiamento. Molti docenti di economia, insegnano che scienze come la filosofia sono inutili, ignorando scientemente che il pensiero filosofico occidentale esiste da oltre 2.500 anni e che dei pensieri economici di oggi tra meno di 100 anni non rimarrà nessuna traccia.
Ma come cambiare? Iniziamo veramente a pensare in maniera diversa, a dubitare dei guru che dipingono scenari inutilmente conformisti e a confrontarci, farci contaminare, da chi vive dimensioni realmente legate al futuro, magari con la testa fra le nuvole.
Qualcuno potrebbe obiettare che non è facile riconoscerli; io invece vi dico che un vero creativo lo riconoscete dalla passione e dall'enfasi con cui fa le cose, da come parla e si emoziona raccontando dei suoi sogni, perché se ancora non lo avete capito, sono i sogni che cambiano le cose.
Chiudete gli occhi ed iniziate a sognare, lasciate alle spalle i "professionisti" della creatività, sempre vigili, freddi senza emozioni e iniziate a navigare nel mare della passione e perché no, tornate ogni tanto un po' bambini ed invece di leggere tutte le novità della comunicazione "new age" tanto di moda, quanto inutili, che sono un'accozzaglia di banalità, peraltro scritte malissimo.
Aprite un vecchio ed interessante libro di quando la società ancora non era intossicata da tutte queste insulse "tendenze" impersonali, schematiche, senza  anima. Un libro, dove tutto appare alla nostra portata, dove si gusta un buon sapore e ci parla del futuro non come qualcosa di intangibile, e irraggiungibile, ma come qualcosa da vivere non appena si socchiudono gli occhi.

"Sapeva che sarebbe stato sufficiente aprire gli occhi per tornare alla sbiadita realtà senza fantasia degli adulti"
Lewis Carrol  -Alice nel paese delle meraviglie-

martedì 8 dicembre 2015

Di un Natale così, sinceramente non so che farmene


Non capisco perché durante l'anno non si può  "fare di più ".




Non si possa amare il prossimo,
Non si possa dire ti amo,
Non si possa fare un regalo, 
Non ci si possa commuovere,
Non si possa essere un po' meno egoisti,
Non si possa fare del bene a chi ne ha veramente bisogno
lasciando alle spalle quell'assurdo razzismo che in modo spietato
sta crescendo in questi ultimi tempi.

Dimentichiamo i luoghi comuni tanto cari ai pubblicitari e cominciamo ad amare il prossimo tutto l'anno.
Proviamo ad abbandonare l'egoismo, la paura dell'altro e impariamo a chiedere scusa.
Chiediamo scusa a tutte le persone a cui si è fatto del male, a chi abbiamo girato le spalle nel momento in cui aveva bisogno,
Chiediamo scusa a chi ha fame e sete per colpa nostra, per il nostro egoismo, per la nostra fame di potere.

Chiediamo scusa a chi ci ha chiesto umilmente aiuto e abbiamo fatto finta di non sentire, abbandonandolo alla sua solitudine,
Chiediamo scusa per la nostra ignoranza, per la nostra arroganza, per la nostra saccenza.
Solo così, il Natale sarà quello vero.
Finalmente avrà un senso perché non sarà solo la festa della corsa al regalo, ma la nostra vera rinascita in un mondo nuovo, fatto di amore e "vera" solidarietà.


Questo è quello che vorrei. Intanto, per favore lasciatemi in pace, di un Natale così non so che farmene, ho di meglio da fare.

Facciamoci gli auguri, vero, perché se tutto continuerà così, allora ne avremo veramente bisogno.

(Domenico Gioia)

domenica 27 settembre 2015

Expo Gabon: Visita del direttore del padiglione alle aziende della Vallesina: CIRO E PIO JESI


Il direttore del padiglione del Gabon in visita alle aziende jesine
MBA ONDO Patrice in visita allo stabilimento
 Ciro e Pio di Jesi.

 
Nell'ambito di una serie di visite programmate in occasione di EXPO 2015 il direttore del Padiglione del Gabon MBA ONDO Patrice, ha visitato alcune aziende del territorio marchigiano.
La prima è stata una delle eccellenze del settore agroalimentare della Vallesina, l'impresa Ciro e Pio.

Durante la visita il titolare Guglielmo Paolini ha illustrato agli ospiti le modalità di produzione, la gamma dei prodottti, Il Direttore del padiglione Gabonese, accompagnato dal titolare di Laboratorio Italia, Architetto Giuliano Trentuno, agenzia operante nell'ambito dell'internazionalizzazione delle imprese Italiane nell'Africa sub sahariana, ha illustrato le agevolazioni che il Gabon mette a disposizione degli investitori.
 
L'ospite è stato favorevolmente impressionato dall'ampia gamma e dalla qualità dei prodotti dell'azienda Jesina.
Si è poi parlato della possibilità di insediare aziende in Gabon, paese che oltra a garantire una stabilità politica che dura da oltre 40 anni, garantisce un clima mite tutto l'anno, spiagge meravigliose che si affacciano sull'oceano, una foresta tropicale abitata da specie animali protette che è seconda per estensione solo alla foresta amazzonica.
Tutto questo potrebbe essere in grado di garantire un buon risultato ad aziende come Ciro e Pio, visto che la produzione del gelato potrebbe avvenire per 12 mesi l'anno e non solo d'estate come avviene qui.
Paolini illustra l'azienda
 
La visita si è conclusa con un breve incontro presso il punto vendita di Viale della Vittoria a Jesi, dove gli ospiti hanno potuto verificare la declinazione del business nel punto vendita, dove i prodotti vengono venduti quotidianamente.
Il Direttore del padiglione Gabonese, ha comunicato al Paolini che procederà ad invitare ufficialmente lui e lo staff aziendale ad una visita in Gabon, per toccare con mano l'affascinante realtà dello Stato africano.
 
Galleria fotografica:
MBA ONDO Patrice e Giuliano Trentuno

MBA ONDO Patrice e Giuliano Trentuno

Il Direttore del padiglione del Gabon

Il Direttore del padiglione del Gabon



Guglielmo Paolini illustra l'azienda

Il punto vendita a Jesi

MBA ONDO Patrice e Giuliano Trentuno, visitano il punto vendita
Ciro e Pio a Jesi

Una delle vetrine con i prodotti esposti

Il banco gelato

Il banco bio

Paolini e Trentuno

L'amministratore di Laboratorio Italia e il direttore
del padiglione del Gabon a Expo 2015


Domenico Gioia con Trentuno e MBA ONDO



 

venerdì 24 aprile 2015

Quando l'Africa non è solo immigrazione

Oggi su Wired ho letto un articolo interessantissimo a firma di Elisabetta Demartis che parla delle nuove opportunità che si sviluppano nel continente africano.
Inutile dire che la cosa va nella direzione che da tempo vado dicendo e cioè che in quel continente ci sono risorse immense che salveranno anche la nostra economia.
Bisognerà però cambiare approccio e cambiare le teste di alcuni nostri politici.

Leggi l'articolo direttamente L'Africa delle start-up...

Agritools: l’Africa delle start up, della tecnologia e dei giovani leader

Per chi ancora pensa che i migranti africani stiano invadendo l’Europa e che l’Africa sia un unico grande continente disastrato dalle guerre e dai gruppi di terroristi islamici: si sbaglia di grosso.
In Africa stanno succedendo cose straordinarie e l’innovazione tecnologica è una delle protagoniste di questo cambiamento. Quella che per decenni ha rappresentato la politica di azione di Ong, organizzazioni internazionali e governi donatori che, tramite assistenza tecnica, prestiti e aiuti, volevano risolvere il problema della “fame nel mondo”, comincia ad incontrare delle alternative valide locali.
Giovani imprenditori africani, start-up tecnologiche, hub e incubatori di impresa di diversi paesi del continente, rappresentano oggi uno scenario rivoluzionario in grado di proporre dei modelli di sviluppo sostenibili nel tempo. Ma anche una produzione di soluzioni ad alto contenuto tecnologico, che sono in grado, meglio di come è stato fatto in passato dai vari enti internazionali, di trovare soluzioni a delle problematiche locali. E i mezzi più utilizzati per farlo sono il telefono cellulare e internet.
Secondo una ricerca condotta dalla Banca Mondiale nel 2012, l’imponente sviluppo nel settore delle ICTs (Information Communication Technologies) in Africa ha portato il numero di abbonamenti di telefonia mobile nel continente africano dai 25 milioni registrati nel 2001 a quasi 650 milioni nel 2012. In termini economici, l’apertura di questi nuovi scenari di consumo ha generato un incremento del PIL del 5% annuo. Se a questo si aggiunge il fatto che, come afferma un rapporto dell’Africa Progress Panel, il settore più importante capace di risollevare l’economia africana e di sfamare tutto il pianeta è l’agricoltura, allora possono nascere grandi cose.
Le strade di Dakar sono affollate da cartelloni pubblicitari di compagnie telefoniche come la Tigo, che propongono offerte e tariffe per l’utilizzo di internet.
Le strade di Dakar sono affollate da cartelloni pubblicitari di compagnie telefoniche come la Tigo, che propongono offerte e tariffe per l’utilizzo di internet.
Piattaforme web per la creazione di networks di contadini, sms per facilitare l’accesso all’informazione sui prezzi del cibo sul mercato e telefonia mobile per risparmiare denaro e accedere a finanziamenti al di fuori del sistema bancario. Sono queste alcune tra le molteplici funzionalità che molte start up e organizzazioni giovanili africane hanno messo in pratica tramite i nuovi mezzi di comunicazione, con il fine di migliorare la vita dei contadini nelle aree rurali dei loro paesi e incrementare il settore dell’agribusiness.
Esiste un acronimo specifico per riferirsi a questo settore ed èICT4Ag, (Information Communication Technologies for Agriculture), una declinazione di ICT4D, dove la D sta perDevelopment e comprende tutte le diverse forme di utilizzo che queste nuove tecnologie possono assumere per far fronte a diversi problemi presenti nella società, dalla salute alle questioni politiche.
Una contadina della contea di Kakamega in Kenya, che tramite un progetto di una organizzazione locale, ha oggi la possibilità di utilizzare il proprio telefono cellulare per salvare del denaro e richiedere dei prestiti senza il bisogna di passare per le banche.
Una contadina della contea di Kakamega in Kenya, che tramite un progetto di una organizzazione locale, ha oggi la possibilità di utilizzare il proprio telefono cellulare per salvare del denaro e richiedere dei prestiti senza il bisogna di passare per le banche.
Pochi giorni fa è stato lanciato il progetto di ricerca giornalisticaAgritools, di cui Wired è media partner insieme a altre redazioni giornalistiche, che descriverà cinque mesi di viaggio tra Olanda, Italia, Senegal, Kenya, Uganda e Ghana, alla scoperta di queste realtà locali che tramite la tecnologia mobile e digitale stanno cercando di rilanciare il settore dell’agricoltura, della pesca e dell’allevamento, e di risolvere tutta una serie di problematiche legate a esso.
Il progetto si propone di comprendere i limiti e le potenzialità di questo scenario, attraverso la creazione di uno strumento di pubblicazione di contenuti multimediali aperto e utilizzabile da tutti. La piattaforma di Agritools comprende una mappa interattiva, contenitore che raccoglie storie e testimonianze incontrate sul campo e suddivise per categorie, così come le interviste agli esperti del settore condotte in diverse organizzazioni e centri, tra Europa e Africa. Agritools comprende anche una parte di crowdsourcing di storie dall’Africa, dove start up, organizzazioni e giovani locali impegnati che portano avanti delle iniziative tra agricoltura e ICT possono avere uno spazio per raccontarsi ed essere pubblicati nella mappa insieme ai progetti visitati per il progetto.
Agritools
Un punto d’osservazione aperto a tutti, che si propone di affrontare con tono divulgativo una questione spesso relegata alle università o alla ricerca privata. Un luogo di incontro che vorrebbe parlare dell’“altra Africa”, quella che esiste ma non si vede, l’Africa nascosta, l’Africa delle eccellenze e delle innovazioni, l’Africa di una nuova generazione di giovani leaders che non viene raccontata ma che, dal basso, sta trovando delle soluzioni locali ai problemi locali, cambiando le sorti dei propri Paesi.
[Agritools è vincitore del Journalism Grants, un progetto finanziato dall’European Journalism Center con il supporto della Bill & Melinda Gates Foundation].

giovedì 23 aprile 2015

Un abbraccio è meglio di uno smile

Quando la tecnologia vuole sostituire la vita, quella vera.

L'attività sui social rischia di sostituire il rapporto con i genitori e gli amici
In questi giorni ho letto post in giro dove si cerca di far passare il concetto che esiste una differenza tra il "nativo digitale" come lo chiamano e chi ormai è out-fuori, come me.
A questi signori, out anche loro perchè hanno la stessa mia età, ho risposto che 

"La questione è se la tecnologia digitale possa o no sostituire l'esperienza di vita, c'è poco da suddividere la società in nativi digitali o no. La considerazione è estremamente semplice e come sempre avviene si cerca sempre di complicare le cose con sofismi concettuali.
Un giovane anche se "digitalizzato" come dice qualcuno si troverà prima o poi a fare i conti con l'esperienza diretta della vita e si accorgerà a sue spese che non tutte le risposte sono su Google. Questa assenza di risposte digitali lo porterà a cercare la verità nei rapporti interpersonali o drammaticamente ad una chiusura che lo porterà inesorabilmente all'isolamento.
Sono personalmente per la riscoperta dei sorrisi, per la stretta di mano, la carezza, lo sguardo. La tecnologia non potrà e non dovrà mai sostituire il rapporto genitore figlio.
Ecco il punto, scusate che non mi sembra sia stato toccato, l'educazione. Noi genitori spesso deleghiamo l'educazione dei figli al computer, una volta era delegata alla TV .
Queste forme di delega in bianco a mezzi inadeguati deve essere ridimensionata. Siamo noi genitori che dobbiamo riappropriarci della centralità del rapporto con i figli ed insegnare loro che il rapporto virtuale è un complemento, perché se diviene la centralità allora vuol dire che si sta sbagliando.
Una visita alla Cappella Sistina sul Pc non sarà mai uguale alla sensazione provata immergendosi realmente in quel capolavoro; ora però bisogna far capire che non tutto è virtuale, e che la Cappella Sistina esiste davvero.

Ipertecnologizzati
Quindi tutto è legato all'educazione ed al rapporto che un genitore ha con il figlio e far comprendere che la tecnologia è stata creata per supportare l'uomo nella vita e non sostituirla con una virtuale che alla fine non esiste.
Però per avere successo in questo processo, dobbiamo noi essere i primi ad esserne convinti, perchè molti non più giovani come me o "diversamente giovani " come mi disse una giovanissima prendendomi in giro, vogliamo essere al passo con i tempi. (Bella storia!)
L'errore quindi è fondamentalmente il nostro, i giovani vogliono ed hanno bisogno di noi, non deleghiamo l'amore ad una macchina insensibile e comprendiamo che guardare un figlio negli occhi è  bellissimo ed è sicuramente meglio che inviare una faccetta, (smile come direbbe qualcuno) e sapete perché?
Perché lo smile non piange e non abbraccia chi ha ne ha bisogno."



mercoledì 22 aprile 2015

Facebook sempre al top

Inutile dirlo e lo affermo con riluttanza, ma il social dei social, sua "maestà" FACEBOOK continua ad essere lo strumento principe, specialmente in Italia, per quanto concerne la capacità di rendere visibile un messaggio.
Facebook

A fronte di ben 80 contatti su cento, solo Linkedin riesce con un timido 10 su 100 a competere, ma staccato nettamente.
Certo i contatti di Facebook sono sicuramente massificati, ma ci sono, mentre quelli di Linkedin più specialistici.
Linkedin

Comunque in ogni caso il ritorno in termini di contatti è basso su ambedue i social, questo significa che per ottenere risultati validi occorre sviluppare strategie fortemente coordinate e supportate con altri media.
Quello che mi stupisce è che qui in Italia a differenza dei paesi esteri, la risposta in termini di contatti di Twitter è pressoché inesistente.
Approfondirò la tematica e Vi terrò informati.

NB: I dati sono estrapolati dall'analisi del traffico al mio blog

martedì 21 aprile 2015

I sogni, la memoria e l'indifferenza

I sogni sono una forma di stimolazione continua della memoria a lungo termine...
(Eugen Tarnow) 
Da questo, lasciatemi leggermente speculare, desumo che la mancanza di memoria può portare a non avere sogni, oppure ad averne ma privi di qualsivoglia contatto con la realtà.

Una speculazione da quattro soldi, tanti ne ho in tasca, per avviare il discorso verso una deriva forse polemica ma a mio avviso necessaria. Alla nostra società, non manca solo la cultura, manca sopratutto la memoria, l'aver presente chi siamo e da dove veniamo.
Una società che dimentica questo, non è una società degna di questo nome, ma un'accozzaglia di individui legati ai bisogni fisiologici a cui sfugge il concetto vero dell'esistenza; un'accozzaglia di soggetti legati solo dall'egoismo e dal volere di salvaguardia di quella miseria che la nostra società ci sta inculcando.
Siamo padroni del nostro egoismo, della nostra povertà, della nostra miseria finanziaria ma sopratutto, e queste sono ben più gravi della prima, intellettuale e culturale.
Queste considerazioni nascono da alcuni commenti che ho sentito in questi giorni in merito alla tragedia consumatasi nel Canale di Sicilia, settecento morti tutti annegati nella loro disperazione.
Commenti dicevo dal tenore superficiale, che fanno eco alla tradizione razzista da cui abbiamo sempre cercato di distinguerci; la diversità fa paura e ci spinge a dire cose di cui non conosciamo neanche il significato, ma fanno paura, paura solo a sentirle.
Vorrei che mia figlia, potesse vivere in un mondo migliore, lontana dai quei pregiudizi che hanno segnato il secolo passato e che sono stati i maggiori responsabili di un'ecatombe che ha superato la peggiore previsione.
Archivio Panorama

Eppure, noi che abbiamo visto i nostri genitori lottare affinchè questo non si ripetesse, rischiamo di ricaderci, di ripetere gli errori marchiandoci così del simbolo che avremmo voluto allontanare, quello della superficialità del giudizio che porta così alla rovina del pensiero. Ci vantiamo delle nostre origini religiose, pronti a batterci il petto a puntare il dito contro chi non la pensa come noi, quando dimentichiamo che Cristo con i suoi insegnamenti voleva condurci in un altro luogo, quello della condivisione, quello della fratellanza universale, dove di fronte ad un bisognoso dovremmo essere pronti a dividere il pane, quel poco pane che abbiamo sulla nostra tavola. Spezzare il pane, un simbolo di una potenza dirompente, non mi importa chi sei, da dove vieni, mi importa che sei mio fratello e per te devo fare quanto mi è possibile per alleviare le tue sofferenze.
La diversità non deve impaurirci, deve insegnarci, può insegnarci che il mondo ha una strana storia: popoli che sembravano destinati a regnare all'infinito, all'improvviso vengono inghiottiti dai gorghi degli eventi della storia e all'improvviso inspiegabilmente scompaiono.Come Pompei, ma ancora peggio come la civiltà Egizia, Greca, Romana. Siamo tutti destinati a scomparire la nostra presunzione di essere eterni e di non voler condividere nulla con il prossimo ci avvicina esponenzialmente alla rovina.
Ritenere che tutti gli immigrati, tutti i migranti siano delle canaglie è quanto di più assurdo esista.
Vogliamo ricordare i nostri bis nonni che all'inizio del secolo sono migrati in altri continenti con le valige che si tenevano con lo spago? Vogliamo parlare dei loro sacrifici in paesi difficili, inospitali, lontani, freddi?
Lasciare le proprie case, i propri cari, il proprio amore per cercare di cambiare in meglio la propria vita ritengo sia un diritto che come è stato dato a noi debba essere dato a tutti.
A chi dice che i nostri connazionali che andavano all'estero erano diversi, rispettosi delle regole, delle leggi, dico che è vero, ma i soliti luoghi comuni hanno portato a credere che noi italiani fossimo tutti mafiosi, malavitosi. Secondo voi che conoscete bene la storia questo era possibile? 
Se esistono stranieri malavitosi, e prosperano nel nostro paese, non dobbiamo pensare sia colpa dei migranti e quindi chiudiamo le frontiere, ma dobbiamo ritenere che sia colpa delle nostre leggi e delle istituzioni che non le fanno rispettare. Per colpa diciamolo di un apparato legislativo e quindi anche di politici totalmente inadeguati ad affrontare il problema.
Bisogna agire senza pietà nei confronti di chi delinque, punendoli con carcere duro nei  paesi di origine, Occorre che la classe politica sia preparata e si impegni con forza in queste operazioni, creando un supporto legislativo duro per chi viola la legge, però dobbiamo essere nello stesso tempo disponibili ed ospitali nei confronti di chi abbandona la propria terra per seguire un sogno.
Questo poi non deve solo essere un impegno del nostro paese, ma di tutta l'Europa, continente sempre pronto ad ospitare a parole ma a fatti ci lascia insieme a Spagna e Grecia soli con i nostri problemi.
Occorre prendere atto, riflettere, e fare in modo di impedire che i sogni, anche se solo di un semplice individuo non finiscano in fondo al mare non sepolti da metri d'acqua ma da uno strato di ignoranza e di indifferenza.